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Per un'integrazione di qualità degli alunni con disabilità nella scuola

Presentato a Roma il Rapporto Associazione TreeLLLe, Caritas Italiana e Fondazione Giovanni Agnelli

Gli_alunni_con_disabilita_nella_scuola_italiana_01.pdf

L'Associazione TreeLLLe, la Caritas Italiana e la Fondazione Giovanni Agnelli hanno presentato oggi a Roma il Rapporto

Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte

 (Edizioni Erickson).

Il modello italiano d’integrazione scolastica degli allievi con disabilità ha anticipato - nei suoi presupposti valoriali, pedagogici e normativi - principi e orientamenti che oggi a livello internazionale costituiscono un paradigma di riferimento.

A oltre trent’anni dal suo avvio mancava, però, un bilancio complessivo che, superando retoriche e tabù diffusi, cercasse di comprendere se e in quale misura, a fronte delle rilevanti risorse economiche e umane dispiegate, l’integrazione degli allievi con disabilità abbia nella pratica conseguito i risultati sperati.

Sulla base dei dati più aggiornati, il Rapporto giunge alla conclusione che nella sua realizzazione il modello italiano è andato spesso incontro a fallimenti, a dispetto dell’impegno e del lavoro di tanti.

In particolare, il rapporto si sofferma sulle rigidità, le inerzie e le inefficienze che tanto nell’assetto normativo e organizzativo quanto nel lavoro quotidiano hanno impedito alla scuola di sviluppare appieno pratiche educative davvero efficaci per l’integrazione scolastica e, in prospettiva, sociale e lavorativa degli alunni con disabilità, contribuendo insieme alle famiglie al loro ‘progetto di vita’.

Se l’orientamento originario va ribadito e rafforzato in senso inclusivo, poiché corrisponde a una scelta di politica scolastica e di civiltà irrinunciabile, il modello d’integrazione italiano va quindi ripensato con coraggio, spirito innovativo e, soprattutto, maggiore attenzione alle concrete esigenze dei ragazzi e delle loro famiglie, intervenendo sul piano organizzativo, pedagogico, della formazione e allocazione delle risorse umane.

In occasione della presentazione del rapporto sono state fornite alcune innovative raccomandazioni di policy che il gruppo di ricerca ha elaborato per superare i limiti ad oggi riscontrati e per dare luogo a un importante processo di rinnovamento dell'attuale modello.

 

Rassegna Stampa:
La_Stampa_14.06.11_01.pdf
Il_Sole_24_Ore_14.06.11_01.pdf
Avvenire_14.06.11_01.pdf
1 Commento

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#1 Carla Cerati ha scritto il 24.06.2011

Ho letto con attenzione il rapporto e devo dire che mi sono venuti i brividi. Trovo orribile che si valuti così in negativo il lavoro di integrazione svolto nella scuola a favore dei ragazzi in handicap.

E' vero che i risultati dal punto di vista cognitivo non sempre sono buoni, anche perchè molte situazioni sono in partenza già gravemente compromesse dall'handicap stesso. Ma anche se questi ragazzi imparano poche nozioni (o non imparano), sicuramente imparano a stare con gli altri ed è fondamentale per la loro vita di relazione. Un down grave o un cerebroleso deve (e lo sottolineo) essere capace di relazionarsi con le persone "normodotate" ( e ci sarebbe da fare una lunga discussione sul concetto di normodotato!!) , adulti o ragazzi che siano. Prima o poi uscirà dall'ambito scolastico e allora l'aver imparato a stare con gli altri sarà fondamentale, soprattutto se riuscirà a fare un semplice lavoro.

Per quelli che hanno meno difficoltà cognitive, e per i quali la via di un lavoro manuale è aperta, le capacità relazionali sono essenziali. Per questi è inoltre fondamentale anche un percorso cognitivo che non sempre, anzi quasi mai, è sostenuto dagli insegnanti curricolari che non hanno le conoscenze per rendere la didattica adeguata a chi è in difficoltà, che non hanno il tempo (o non lo trovano) per preparare lezioni ad hoc, che non vogliono occuparsi dell'handicap.

La creazione di classi differenziali, perchè di questo si parla negli articoli, priva tutti questi ragazzi di questa grande possibilità relazionale. Anzi in molti casi aggrava la loro situazione, sia relazionale che cognitiva, aumentando l'handicap invece di alleggerirlo.

E questo vale anche per tutti quei ragazzi ai quali le condizioni familiari disagiate creano difficoltà cognitive anche gravi, e sono presenti in molta parte delle scuole italiane. Basta a volte una famiglia litigiosa o un genitore anaffettivo per fare danni.

Visto che i curricolari fanno pena, nella maggior parte dei casi, solo la presenza di un insegnante specializzato che si occupa di tutta la classe e non solo del ragazzo in handicap può aiutare gli uni e gli altri a crescere in ambito cognitivo e sociale.

Molto possono fare i presidi nella sensibilizzazione del corpo docente e delle famiglie. Queste spesso impediscono ai loro ragazzi ufficialmente normodotati, ma in realtà in grave difficoltà, di essere seguiti dall'insegnante di sostegno perchè temono che il figlio sia visto come handicappato.

Sono daccordo sul fatto, come si legge negli articoli, che non debba essere solo un medico a decidere se c'è la necessità del sostegno. Credo che se la scuola avesse più peso e i medici meno in questa decisione le cose andrebbero meglio. Secondo me si dovrebbero assegnare un tot numero di insegnanti di sostegno alla scuola, in relazione con il numero dei ragazzi in handicap e di quelli in grave difficoltà cognitiva ( e lo si copisce presto quali sono), ma svincolati dal singolo caso in modo che possano lavorare con l'intera classe, o con più classi in laboratori di apprendimento trasversali.

Avendo lavorato in molte scuole diverse le situazioni che mi si sono presentate sono le più svariate e moltissimi sono stati i casi di ragazzi non in handicap conclamato ma in gravissime difficoltà cognitive e relazionale. Dove preside e colleghi si sono mostrati sensibili e intelligenti la mia presenza in classe è stata di grandissimo aiuto, con risultati eccezionali. Sono stata presentata come un'insegnante della classe come gli altri docenti; ho svolto lezioni semplificate per grandi gruppi, anche in interclasse, e quando i colleghi si rendevano conto dei risultati collaboravano di più. Anche dove c'era un handicap grave si è potuto fare molto per lui e per gli altri.

Dove il preside se ne fregava i colleghi non mostravano interesse e i risultati sono stati buoni con il ragazzo ma scarsi con altri alunni in difficoltà e con la socializzazione della classe.

Sono stati invece sempre fondamentali i laboratori di apprendimento e manuali: la capacità di apprendere passa per le mani. Una delle mie ragazzine ha imparato a contare e scrivere ricamando un cuscino a mezzopunto (il cuscino ce l'ho io). Fondamentale dare più spazio ad insegnamenti come il disegno e l'educazione tecnica che insegnano la logica immediata, il procedimento, la sistematicità e creano connessioni cognitive fondamentali

Quindi, per concludere, niente classi differenziali e il corso del sostegno obbligatorio per tutti gli insegnanti.

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